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Domande dagli utenti: perché micro:bit non pilota i motori direttamente?


Nella giornata di ieri mi è arrivata una domanda molto sensata, una di quelle che prima o poi ci si pone tutti quando si prova a far muovere un robot con micro:bit o con Arduino.

“Se micro:bit riuscisse a passare da 3V a 5V si risparmierebbero i costi della scheda di espansione, nonché l’ottimizzazione degli spazi. Lei è d’accordo? Chissà perché non lo fanno: ormai tutti abbiamo bisogno di motorini.”

La risposta breve è questa:

Capisco il ragionamento, ma il vero ostacolo non è 3 V vs 5 V. Il punto è che un pin di micro:bit non è uno stadio di potenza.
Anche se la scheda fosse “a 5 V”, non potresti comunque collegare un motore direttamente ai pin in modo sicuro e affidabile.

Vediamo perché, con esempi concreti e riferimenti ai due kit che uso spesso nei corsi: Ring:bit V2 board e Kitronik :MOVE mini.

La spiegazione che segue è volutamente semplificata in quanto non necessariamente i colleghi che seguono i miei corsi sono docenti di materie di indirizzo tecnico.

Perché “alzare la tensione” non risolve il problema

Corrente: il motore chiede molta più energia di quella che un pin può dare

Un motore (anche piccolo) non “vuole solo tensione”: vuole soprattutto corrente, e ne vuole parecchia quando parte (corrente di spunto) e quando è sotto sforzo (ruote che spingono, attrito, urti).

Un pin GPIO di una scheda a microcontrollore è progettato per segnali e piccoli carichi, non per alimentare carichi elettromeccanici. Se provate a farlo, i sintomi tipici sono:

  • reset improvvisi della scheda,
  • comportamenti instabili,
  • surriscaldamento,
  • nel peggiore dei casi danni ai pin o al microcontrollore.

Disturbi e picchi: il motore “sporca” l’alimentazione e genera back-EMF

Il motore è un carico induttivo: quando viene acceso/spento o se ne cambia la velocità, può generare picchi di tensione (back-EMF) e disturbi elettrici che:

  • mandano in crisi la logica,
  • creano interferenze (anche sulla radio/BT),
  • degradano l’affidabilità nel tempo.

Serve un driver: lo “stadio di potenza” che separa logica e motore.

Per pilotare un motore DC, ad esempio quelli gialli che tipicamente vengono usati nei progetti didattici di robotica, serve uno stadio di potenza, cioè un driver motore, per esempio:

  • ponte H (per andare avanti/indietro e fare PWM in modo robusto),
  • oppure MOSFET + protezioni (se serve solo on/off o un verso).

Il driver fa tre cose fondamentali:

  • regge la corrente (anche i picchi),
  • gestisce la direzione e la velocità (PWM),
  • protegge micro:bit dai disturbi e dai picchi del motore.

Citando la richiesta dell’utente: “Ma allora perché micro:bit non è a 5V?”

In realtà molte schede “vivono” già in ambienti dove esistono 5 V (ad esempio USB), ma l’elettronica interna e i pin di I/O lavorano a bassa tensione (tipicamente 3,3 V) perché:

  • si riducono consumi e riscaldamento,
  • si protegge meglio la scheda,
  • si mantiene compatibilità con sensori moderni a bassa tensione,
  • e soprattutto (punto chiave): anche a 5 V i pin non diventerebbero “pilotamotori”.

Quindi: passare a 5 V non eliminerebbe la necessità di un driver. Cambierebbe solo alcuni dettagli di alimentazione/compatibilità, ma non la sostanza.

Il caso reale nei kit: Ring:bit V2 board e Kitronik :MOVE mini

Ring:bit V2 board: non è “la scheda che pilota motori”

La Ring:bit V2 board è principalmente una scheda di espansione/breakout:

  • rende più comodi alcuni collegamenti (ad esempio porte tipo GVS su P0/P1/P2),
  • integra un portabatterie (3×AAA) per alimentare il sistema/il robot,
  • fornisce un’interfaccia pratica per prototipare.

Va interpretata come interfaccia e distribuzione di alimentazione/connessioni, non come “micro:bit che pilota motori direttamente”.

Ring:bit V2

Kitronik :MOVE mini: usa servomotori, non motori DC senza elettronica di controllo integrata

La scheda Kitronik :MOVE mini può controllare due servomotori a rotazione continua. Questa scelta è utile per la didattica, perché un servo:

  • contiene già la propria elettronica di pilotaggio,
  • si controlla con un semplice segnale PWM (impulsi “stile servo”),
  • prende l’energia dal pacco batterie/board del kit, non dai pin di micro:bit.

In pratica:

  • micro:bit invia il comando (PWM),
  • il servo esegue, usando la sua alimentazione dedicata.

Questo è il motivo per cui, con :MOVE mini, si riesce ad avere un robot “semplice” e robusto senza introdurre subito il tema dei ponti H per motori DC.

:MOVE mini

Cosa vedremo nel corso: motori DC “veri” e driver dedicati

Durante il corso mostrerò anche l’altro scenario, quello tipico quando si usano i classici motori gialli da 6 V (motori DC con riduttore), dove il driver è obbligatorio.

motore TT

Lavoreremo in particolare con:

  • L298N (ottimo per capire il concetto di ponte H e cablaggi, anche se non è la soluzione più efficiente in assoluto),
  • Motor:bit di ELECFREAKS (più compatta e didattica, comoda per micro:bit).

Obiettivo: far capire chiaramente la differenza tra:

  • “motore DC” (serve driver + alimentazione adeguata),
  • “servo” (driver interno, controllo PWM più diretto).

Regola utile sempre: alimentazione separata e masse in comune

Quando si entra nel mondo motori/attuatori, una buona pratica è:

  • alimentare i motori/servi con una linea robusta (batterie/pack dedicato),
  • e mantenere massa (GND) in comune tra microcontrollore e driver/attuatori (quando richiesto), così i segnali di controllo hanno un riferimento corretto.

Questa singola regola elimina moltissimi “misteri” (reset, comportamenti casuali, servo che impazziscono).

Qualche precisazione in più sui motori DC o motori senza elettronica di controllo integrata

Troverete spesso la dicitura motori bare DC motor in pratica sono motori che hanno solo due terminali (o due fili):

  • fornite tensione > girano
  • togliete tensione > si fermano
  • invertite la polarità > invertono il verso di rotazione (se lo permettete elettricamente)

In ambito tecnico anglofono è abbastanza comune parlare di “bare DC motor” per indicare un motore senza elettronica di controllo integrata (cioè “il solo motore”, tipicamente a due fili) e spesso anche senza riduttore/struttura accessoria.

Esempi tipici:

  • i classici motori gialli TT 3–6 V usati nei robot economici
  • motorini DC “a spazzole” da modellismo o recuperati da giocattoli

I bare DC motor non hanno al loro interno:

  • driver di potenza
  • protezioni contro i picchi (back-EMF)
  • logica per interpretare un segnale di controllo

Quindi, per farli funzionare con micro:bit, serve aggiungere elettronica esterna:

  • un ponte H (es. L298N, TB6612, DRV8833) se vuoi avanti/indietro + PWM
  • oppure un MOSFET + diodo se ti basta on/off (e magari un solo verso)

L298N

TB6612

DRV8833

Differenza con un servo (o un motoriduttore “intelligente”)

Un servomotore (anche a rotazione continua) invece non è senza elettronica di controllo perché contiene già:

  • elettronica di pilotaggio
  • circuito di potenza
  • logica che interpreta il comando (impulsi PWM stile servo)

Per questo il micro:bit può “comandare” un servo con un semplice segnale, mentre con un motore DC senza elettronica di controllo deve essere gestito da un driver.

Buon Making a tutti 🙂

Dietro le quinte del corso “Robotica educativa a basso costo”: da DotBot:bit a Codino

In questi giorni sto lavorando alla preparazione della 6ª edizione del corso di robotica a basso costo ed ho rimesso mano a uno dei “classici” del mio laboratorio: DotBot:bit. Chi segue il sito da tempo lo conosce: nasceva come robottino essenziale per portare in classe micro:bit con un approccio pratico, replicabile e sostenibile.

Perché ripartire da DotBot:bit e perché aggiornarlo

DotBot:bit era nato con un obiettivo molto chiaro: fare robotica con materiali semplici, valorizzando la didattica laboratoriale e la possibilità di iterare rapidamente tra:

idea > prototipo > test > miglioramento.

Oggi lo scenario in classe è ancora più vario: c’è chi lavora con schede e moduli differenti, chi ha la stampa 3D, chi invece preferisce (o deve) restare sul cartone e su soluzioni ultra-economiche. Per questo ho progettato un’evoluzione concreta e “da corso”.

Nasce Codino: una struttura, due piattaforme

La novità si chiama Codino: una struttura aggiornata (derivata da DotBot:bit) pensata per ospitare in alternativa due setup molto diffusi in ambito micro:bit:

  • Ring:bit V2
  • Kitronik :MOVE mini

entrambe le schede hanno form factor compatto.

L’idea è semplice ma didatticamente potente: stessa “scocca” di progetto, due piattaforme, così il corso (e le attività in classe) si adattano ai vincoli reali: disponibilità di materiali, budget, tempi, livello della classe.

Cosa sto preparando per il corso

Durante la preparazione sto lavorando su tre fronti, tutti pensati per diventare attività trasferibili in classe:

  • Adattamento meccanico e modularità
    Montaggi rapidi, sostituzione della scheda senza rifare tutto da capo, riduzione delle parti “critiche” mi riferisco a quelle che si rompono o richiedono manutenzione.
  • Percorsi di prova “a difficoltà crescente”
    Dal primo movimento controllato fino a micro-sfide: traiettorie, correzioni, test su attrito e peso, ragionamento su stabilità e distribuzione delle masse.
  • Codino è pensato per arrivare senza frizioni alle attività che introdurrò in questa edizione più lunga:
    • controllo con gesture recognition via webcam (ML addestrato su gesti)
    • mini-progetti di Sumo
    • primi prototipi di braccio robot (meccanica essenziale + attuazione)
    • Robot semplici realizzati con Arduino

Tutti questi sono i contenuti extra resi possibili dall’estensione a 4 lezioni della 6ª edizione.

Stampa 3D o cartone: stesso progetto, due strade

Come nel DNA di DotBot:bit, anche Codino resta coerente con l’impostazione “basso costo”:

  • per chi ha una stampante 3D: struttura stampabile e facilmente iterabile;
  • per chi non ce l’ha: template e sagome in cartone, per costruire comunque un robot completo e funzionante.

Questo approccio “doppio” è ciò che rende il kit davvero spendibile: non è un modello unico, è un format replicabile.

Se volete seguire l’evoluzione e portarla in classe

Se vi interessa vedere Codino in azione e, soprattutto, costruire un percorso completo da replicare con i tuoi studenti, la 6ª edizione del corso “Creare un kit di robotica educativa a basso costo” parte il 16 gennaio 2026 e prosegue fino al 3 febbraio 2026 (4 incontri).

Nei prossimi giorni pubblicherò anche qualche foto “work in progress” della struttura Codino ed altri robot.

Buon Making a tutti 🙂

I miei corsi per Tecnica della Scuola: Creare un kit di robotica educativa a basso costo 6ª ed.

Ogni anno rivivo la stessa situazione: colleghi motivati, studenti curiosi, qualche kit in laboratorio… e poi l’ostacolo vero, quello che nessun manuale risolve da solo: come rendere la robotica sostenibile, replicabile e davvero “per tutti”, senza dipendere da un unico carrello di materiale costoso o da una singola postazione.

Da qui nasce (e cresce, edizione dopo edizione) “Creare un kit di robotica educativa a basso costo”: un percorso pratico, laboratoriale, pensato per chi vuole costruire un set di robotica essenziale ma potente, personalizzabile e soprattutto portabile in classe con attività pronte.

L’idea chiave del corso è: non comprare un kit, imparare a costruirlo (e a farlo costruire)

Questo webinar non è una “vetrina di strumenti”: è un percorso operativo che vi guiderà a:

  • progettare un robot didattico partendo da zero, con componenti accessibili;
  • impostare un percorso di base su programmazione e robotica, con una metodologia laboratoriale;
  • creare materiali e consegne che puoi riutilizzare ogni anno, adattandole ai tuoi studenti.

Cosa cambia in questa 6ª edizione: più tempo, più attività “effetto laboratorio”

La novità più importante è che questa edizione è stata estesa a 4 lezioni (prima erano 3). Questo tempo in più non è “teoria aggiunta”: è spazio reale per attività che, nella didattica quotidiana, fanno la differenza perché diventano UDA, compiti autentici, mini-progetti e sfide.

In particolare, nella parte avanzata lavoreremo su:

  • controllo del robot con gesture recognition: addestriamo un semplice sistema di Machine Learning che riconosce i gesti dell’utente via webcam, e li trasformiamo in comandi;
  • progettazione e set-up di mini robot Sumo (con focus su regole, arena, test e iterazione);
  • realizzazione di semplici bracci robot (meccanica essenziale + servocomandi + compiti di pick&place).
  • … e molto altro

Robot “stampati” o “di cartone”: il corso resta accessibile anche senza stampante 3D

La struttura dei robot sarà basata su modelli:

  • stampabili in 3D, per chi dispone di stampante;
  • replicabili in cartone (con progetti e sagome), per chi preferisce una soluzione a costo ancora più basso o vuole lavorare in modalità maker “low-tech”.

Questa scelta non è un ripiego: è una strategia didattica. La stessa attività può vivere su materiali diversi, mantenendo invariati gli obiettivi di coding, problem solving e progettazione.

Piattaforme: BBC micro:bit (al centro) e Arduino (per estensioni e ponti)

Il corso nasce con BBC micro:bit come piattaforma centrale (perfetta per avviare coding e robotica anche con studenti al primo approccio). Useremo MakeCode / Blocks per costruire da subito comportamenti significativi e testabili.

Per alcune estensioni e per chi desidera spingersi oltre, porteremo anche esempi e varianti con Arduino, mantenendo però la stessa logica: progetti essenziali, replicabili, sostenibili.

Per micro:bit lavoreremo in particolare con:

  • Ring:bit V2
  • Kitronik :MOVE mini

Struttura del percorso: dalle basi alla costruzione completa

Il corso è progettato per accompagnarvi con progressione chiara (e riusabile in classe):

  1. micro:bit + programmazione a blocchi: basi operative e programmi tipici per gestire un robot (movimento, comandi, logiche).
  2. Tinkercad per la progettazione 3D: modellazione essenziale per creare/riadattare la struttura del robot, con esportazione dei file per stampa 3D o taglio.
  3. assemblaggio: componenti fondamentali (breadboard, motori, sensori, LED) e integrazione HW/SW fino a ottenere un robot funzionante.
  4. lezione extra (novità): ML con webcam per controllo a gesti + Sumo + braccio robot, con indicazioni pratiche su come trasformare tutto in attività valutabili.

Calendario e modalità: 4 webinar live (2 ore ciascuno) + registrazioni

4 incontri in diretta, 2 ore ciascuno, per un totale di 8 ore:

  • Venerdì 16 gennaio 2026 (17:00–19:00)
  • Martedì 20 gennaio 2026 (17:00–19:00)
  • Martedì 27 gennaio 2026 (17:00–19:00)
  • Martedì 3 febbraio 2026 (17:00–19:00)

Il corso è in modalità webinar con docente dal vivo e possibilità di interazione via chat. Inoltre, potrete rivedere le registrazioni senza limiti di tempo e scaricare i materiali dalla piattaforma.

Materiali inclusi: quello che ti serve per replicare in autonomia

Durante il percorso verranno forniti:

  • schede didattiche di approfondimento;
  • file/sorgenti per stampa 3D o taglio delle strutture;
  • codici di programmazione;
  • attività di laboratorio da svolgere con gli studenti.

Il corso è pensato per docenti della primaria (classe quinta) e della secondaria di I e II grado.

È adatto sia a chi parte da zero, sia a chi vuole finalmente mettere ordine e trasformare esperimenti sporadici in un percorso continuativo.

Iscrizione

Se volete iniziare l’anno con un percorso concreto, che vi lascia un kit replicabile e attività spendibili da subito, trovate tutte le informazioni e l’iscrizione nella pagina ufficiale del corso seguendo il link.

N.B. Pubblicherò ulteriori post dove fornirò suggerimenti operativi che vi saranno utili per realizzare con me tutte le attività programmate.

Buon Making a tutti 🙂

Configurare Arduino UNO R4 WiFi per Arduino Cloud

Nelle prossime settimane svolgeremo una serie di attività di laboratorio dedicate alla realizzazione di semplici applicazioni IoT con Arduino Cloud, utilizzando come scheda di riferimento Arduino UNO R4 WiFi. Per lavorare in modo ordinato ed efficace, questa guida introduttiva nasce con un obiettivo preciso: accompagnare gli studenti passo dopo passo nella configurazione della scheda e nel collegamento al Cloud, così da essere operativo fin da subito.

Queste attività sono importanti perché ci permetteranno di passare dal classico circuito “che funziona sul banco” a un sistema realmente utile e osservabile: potremo monitorare da computer o da dispositivi mobili lo stato dei sensori (temperatura, luce, presenza, umidità, ecc.), visualizzare i dati su dashboard, registrare misure nel tempo e, quando necessario, intervenire da remoto attivando uscite e comandi (ad esempio LED, relè o attuatori). In altre parole, costruiremo piccoli prototipi che riproducono lo stesso schema operativo di molte soluzioni industriali e domotiche: sensore > rete > dashboard > controllo, con attenzione a affidabilità, leggibilità dei dati e sicurezza di base.

Questa guida è tratta dalla guida ufficiale su cui ho apportato alcune mie modifiche e le ho rese “più didattiche”.

Di seguito dettaglio la procedura essenziale per portare Arduino UNO R4 WiFi “online” collegandola all’Arduino Cloud.

Arduino UNO R4 WiFi, come già dettagliato in precedenti tutorial, integra un modulo radio dedicato (ESP32-S3) che mette a disposizione la connettività WiFi: grazie a questo componente la scheda può collegarsi a Internet e dialogare con i servizi Cloud senza hardware aggiuntivo. Da qui nasce il passaggio chiave dei nostri laboratori: non ci limiteremo a far “funzionare un circuito”, ma impareremo a pubblicare dati, visualizzarli su una dashboard e, quando serve, inviare comandi da remoto.

Al termine della configurazione potrete:

  • caricare sketch anche via rete (OTA, over-the-air) quando previsto dal flusso Cloud,
  • costruire dashboard consultabili da PC o smartphone,
  • monitorare variabili e sensori in tempo reale e, in prospettiva, realizzare prototipi utili per domotica, automazione e telemetria.

Cosa serve

  • Arduino UNO R4 WiFi
  • Arduino Cloud (account gratuito e accesso alla piattaforma)

Configurazione e procedura

Prima di iniziare, se non avete mai utilizzato Arduino Cloud, vi consiglio di dare un’occhiata alla guida “Getting Started With the Arduino Cloud” che vi aiuterà a capire i concetti base e vi farà risparmiare tempo durante la configurazione, però durante le lezioni che seguiranno vi fornirò tutte le indicazioni.

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Flashcard per lo studio – utilizzare Anki

Visto che siamo in vacanza riprendo i miei appunti sull’organizzazione dello studio, iniziata con le schede Quick Reference, tutto con l’idea di realizzare in un futuro un manuale con esempi da fornire agli studenti. Ho ripreso lo studio delle lingue e quindi ho pensato di realizzare qualcosa in merito all’uso delle flashcard strumento che ritengo utile.

Parto da una domanda che mi è stata fatta da uno studente di seconda superiore poco prima delle vacanze natalizie:

“Prof, ma lei come studiava quando aveva la nostra età?”

È una domanda che torna spesso, e ogni volta mi ricorda una cosa importante: molti studenti immaginano che esista un “metodo segreto”, una tecnica risolutiva che rende lo studio facile e veloce. La mia risposta, invece, è sempre piuttosto disarmante: non studiavo in modo così diverso da voi. Riassunti, schemi, appunti ordinati… e soprattutto flashcard.

Le flashcard, però, non erano una soluzione “magica”. Erano uno strumento semplice, che funzionava solo a una condizione: usarle con costanza, a piccole dosi, nel tempo. Ho sempre pensato che nello studio valga una regola che sembra banale ma è decisiva: meglio poco, ma ripetuto nel tempo. È questo che trasforma un ripasso occasionale in un apprendimento stabile. E naturalmente, con gli anni, ognuno costruisce il proprio equilibrio: c’è chi rende più efficaci gli schemi, chi preferisce i riassunti, chi trova nelle flashcard la leva migliore per fissare concetti, definizioni, formule o passaggi procedurali.

Oggi, quando mi capita di usare le flashcard per imparare (ad esempio per le lingue o per memorizzare lessico tecnico), mi affido spesso ad Anki. Non perché sia “l’ennesima app per fare flashcard”, ma perché introduce un’idea molto concreta: invece di ripassare tutto allo stesso modo e negli stessi momenti, ti aiuta a ripassare solo ciò che serve, quando serve. Ti porta a fare una cosa che tende a essere faticosa ma estremamente efficace: provare a ricordare attivamente prima di guardare la risposta. E quel tentativo di richiamo, ripetuto con regolarità, è spesso la differenza tra “l’ho letto” e “lo so”.

Per gli studenti questo significa ridurre l’effetto delle maratone dell’ultimo minuto e costruire memoria a lungo termine con un metodo più sostenibile. Per i docenti significa avere uno strumento che rende più gestibile il ripasso distribuito e la personalizzazione, senza limitarsi al classico “ripasso pre-verifica”.
C’è poi un aspetto che, a scuola, conta più di quanto sembri: Anki è un progetto libero e open source (in particolare nella versione desktop), sostenuto da una comunità ampia e da un ecosistema di estensioni. In pratica, non sei legato a una piattaforma chiusa: puoi costruire nel tempo un archivio di materiali che resta tuo, riutilizzabile e migliorabile anno dopo anno.

Nei paragrafi che seguono vediamo cosa rende Anki diverso da altri strumenti di studio, quali vantaggi offre in modo concreto e come iniziare con un tutorial essenziale e due esempi pratici, subito adattabili alle vostre discipline.

Gli appunti che seguono sono una sintesi del manuale che trovate sul sito di riferimento e che ho riformulato e sintetizzato, troverete poi alcuni esempi di flashcard sull’uso di Arduino.

Anki nello studio

C’è un momento che studenti e docenti conoscono bene: hai studiato “davvero”, magari anche con impegno costante, eppure dopo pochi giorni ti accorgi che alcuni passaggi si sono sfilacciati. Non è (solo) una questione di volontà, è più spesso una questione di come ripassi e quando lo fai.

Anki è un programma di flashcard “intelligenti” che pianifica per voi il ripasso: vi mostra una domanda, vi chiede di rispondere, poi usa il vostro feedback per decidere quando rivedrete quella stessa informazione. In altre parole: voi pensate ai contenuti, Anki si occupa del calendario del ripasso.

Anki nasce esattamente per rispondere a questo problema quotidiano: non vi chiede di studiare di più, vi aiuta a sprecare meno. Invece di ripassare tutto allo stesso modo e nello stesso momento, vi porta a rivedere ciò che state per dimenticare, quando serve davvero. La logica di fondo è quella di allenare il cervello con due leve molto concrete: richiamo attivo (provare a ricordare prima di controllare) e ripetizione distanziata (rivedere a intervalli crescenti).

Perché Anki è interessante rispetto ad altri applicativi

  1. Trasforma lo studio passivo in apprendimento che resta
    Rileggere, sottolineare, “ripassare scorrendo” sono abitudini comprensibili: danno l’idea di essere produttivi. Ma spesso si basano sul riconoscimento, non sul recupero. Quando invece vi trovate davanti a una domanda e dovete rispondere senza aiuti, state facendo ciò che il manuale chiama test di richiamo attivo: è faticoso, sì, ma è proprio quella fatica “buona” che rende la memoria più stabile.
  2. Ripassate meno, ma meglio (ripetizione distanziata)
    Il cervello tende a scartare in fretta ciò che non viene usato. Ecco perché il ripasso “a ondate” (tutto la sera prima) funziona male sul lungo periodo. Anki applica invece la ripetizione distanziata: ciò che ricordate bene torna dopo più tempo; ciò che vi è difficile ricompare prima. Il risultato pratico è semplice: non ripassate “a caso”, ma in modo mirato, con intervalli che crescono mentre la memoria si consolida.
  3. È personalizzabile: funziona per materie diverse e livelli diversi
    Anki non è “solo per le lingue” o “solo per medicina”. Se una cosa si può chiedere in forma di domanda (e verificare con una risposta), allora si può allenare con Anki: definizioni, formule, passaggi di procedure, date, classificazioni, concetti chiave e potete farlo anche con materiali ricchi: immagini, audio, video, notazione scientifica (LaTeX/Math).
  4. Open source e free: vantaggi concreti
    Qui Anki ha un valore particolare, soprattutto a scuola:

    • Desktop open source: il codice di Anki è pubblicato con licenza GNU AGPL v3 o successiva (con alcune parti sotto licenze differenti, come indicato nel repository). Questo significa continuità, verificabilità e un progetto che non dipende da una “scatola chiusa”.
    • Ecosistema di add-on: Anki si estende con componenti aggiuntivi, spesso nati da bisogni reali di docenti e studenti (lingue, layout, gestione, workflow).
    • Controllo e portabilità dei materiali: puoi esportare e trasferire mazzi “impacchettati” con contenuti e media, utile per backup e condivisione ragionata.
    • Multi-piattaforma e sync: esiste un servizio di sincronizzazione gratuito (AnkiWeb) per tenere allineati i contenuti tra dispositivi.
    • Android open source: AnkiDroid è su GitHub e dichiara licenze libere (GPL-3.0, con componenti specifiche sotto altre licenze).

Nota utile per evitare equivoci: su iOS l’app ufficiale AnkiMobile è a pagamento; la pagina App Store spiega che le vendite finanziano lo sviluppo.

  1. Un “sistema” più che un’app
    Molti strumenti per flashcard si fermano al “fronte/retro”. Anki, invece, è un piccolo sistema di studio: statistiche, ricerca, tag, opzioni di pianificazione, modelli delle carte, sincronizzazione, backup. Per chi vuole ottimizzare ulteriormente, oggi esiste anche un pianificatore alternativo (FSRS) integrato nelle opzioni.

Mini-tutorial usare Anki

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